Marzo

29 Marzo, 2018

Il topo e la trappola

Un topo, guardando da un buco che c’era nella parete, vide un contadino e sua moglie che stavano aprendo un pacchetto. Pensò a cosa potesse contenere e restò terrorizzato quando vide che dentro il pacchetto c’era una trappola per topi.

Corse subito nel cortile della fattoria per avvisare tutti:  “C’è una trappola per topi in casa, c’è una trappola per topi in casa!”  La gallina che stava raspando in cerca di cibo, alzò la testa e disse: “Scusi, signor topo, io capisco che è un grande problema per voi topi, ma a me che sono una gallina non dovrebbe succedere niente, quindi le
chiedo di non importunarmi.”

Il topo, tutto preoccupato, andò dalla pecora e le gridò: “C’è una trappola per topi in casa, una trappola!!!”
“Scusi, signor topo, – rispose la pecora – non c’è niente che io possa fare, mi resta solamente da pregare per lei. Stia tranquillo, la ricorderò nelle mie preghiere.”

Il topo, allora, andò dalla mucca, e questa gli disse: “Per caso, sono in pericolo? Penso proprio di no!”
Allora il topo, preoccupato ed abbattuto, ritornò in casa pensando al modo di difendersi da quella trappola.

Quella notte si sentì un grande fracasso, come quello di una trappola che scatta e afferra la sua vittima.

La moglie del contadino corse per vedere cosa fosse successo, e nell’oscurità vide che la trappola aveva afferrato per la coda un grosso serpente. Il serpente velenoso, molto velocemente, morse la donna.
Subito il contadino, la trasportò all’ospedale per le prime cure: siccome la donna aveva la febbre molto alta le consigliarono una buona zuppa di brodo.

Il marito allora afferrò un coltello e andò a prendere l’ingrediente principale: la gallina.

Ma la malattia durò parecchi giorni e molti parenti andavano a far visita alla donna.

Il contadino, per dar loro da mangiare, fu costretto ad uccidere la pecora.

La donna non migliorò e rimase in ospedale più tempo del previsto, costringendo il marito a vendere la mucca al macellaio per poter far fronte a tutte le spese della malattia della moglie…


17 Marzo, 2018

« Qualcuno vi dice di essere cattolico, oppure protestante, ortodosso, ebreo, musulmano ecc. Guardandolo agire, però, vi rendete conto che la religione alla quale dice di appartenere non ha una vera influenza sulla sua vita, ma è un insieme di nozioni vaghe e di forme vuote di ogni contenuto. Ciò che gli è stato insegnato da bambino, egli lo ripete come si recita una lezione, ma in realtà quelle sue credenze non corrispondono a nulla di profondo, di vivo. Bisogna dunque concludere che egli ha una religione, ma non ha realmente la fede.
Qualcun altro dice di non appartenere ad alcuna religione: i suoi genitori erano… diciamo cristiani, ma non praticavano, quindi non lo hanno fatto battezzare e non gli hanno dato nessuna istruzione religiosa. Ma proseguendo nella conversazione e conoscendo meglio quella persona, constatate che essa ha il senso del sacro, che è animata da un alto ideale e dalle aspirazioni più nobili. Non parla di Dio, ma nel profondo di se stessa, e anche nell’universo, sente confusamente una presenza. Questa persona forse non ha religione, ma ha la fede. »

Omraam Mikhaël Aïvanhov


16 Marzo, 2018

Una tazza di té

Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.
Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «E’ ricolma. Non ce n’entra più!». «Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?»


15 Marzo, 2018

Vedi, Kamala…

Vedi, Kamala, se tu getti una pietra nell’acqua, essa si affretta per la via più breve fino al fondo.
E così è di Siddharta, quando ha una meta, un proposito.
Siddharta non fa nulla. Siddharta pensa, aspetta, digiuna, ma passa attraverso le cose del mondo come la pietra attraverso l’acqua, senza far nulla, senza agitarsi: viene scagliato, ed egli si lascia cadere.
La sua meta lo tira a sé, poiché egli non conserva nulla nell’anima propria, che potrebbe contrastare a questa meta.
Questo è ciò che Siddharta ha imparato dai Samana.
Questo è ciò che gli stolti chiamano magia, credendo che sia opera dei demoni.
Ognuno può compier opera di magia, ognuno può raggiungere i propri fini, se sa pensare, se sa aspettare, se sa digiunare.

Herman Hesse – Siddharta


14 Marzo, 2018

Il bimbo sostituito e la vecchia saggia (Parte 4 – Ultima parte)

Poi tornò a casa dalla vecchia, che prese lo scialle su cui era stato adagiato il piccolo, lo avvolse attorno al fascio d’erba e si mise il fagotto sulle ginocchia, cullandolo come un bimbo.
“Siediti accanto alla culla” disse alla giovane mamma, “e stai ben attenta a non muoverti e a non parlare fino a quando non te lo dirò io.” La vecchia si mise quindi all’opera. Riempì d’acqua un gran pentolone e lo mise sul focolare senza smettere di cullare il fascio d’erba avvolto nello scialle.
Ben presto l’acqua iniziò a bollire; la vecchia attizzò di nuovo il fuoco e, quando il pentolone sembrava quasi un vulcano, si mise il fagotto sotto un braccio, afferrò un grosso mestolo di legno e prese a rimescolare l’acqua vorticosamente.
A ogni giro di mestolo ripeteva questa cantilena:

“Fuoco, fuoco, avvampa, avvampa!
Fai quest’acqua calda, calda!
Fai bollire il pentolone!
Ecco il marmocchio nel calderone!”

E con un gesto repentino gettò il fascio d’erba avvolto nello scialle dentro l’acqua bollente!
All’improvviso il bimbo sdraiato nella culla balzò a sedere, lanciando un urlaccio acuto: “Mamma!” chiamò a gran voce, “vieni subito a prendermi, stanno per buttarmi nel pentola ne!” La porta di casa si spalancò con un gran frastuono e una fata dall’aspetto sconvolto si precipitò nella stanza. Senza proferire parola, sollevò il suo marmocchio dalla culla e, senza tanti complimenti, vi lasciò cadere il bimbo rapito.
“Tieniti il tuo bambino che io mi terrò il mio!” strillò, e in men che non si dica era già uscita dalla porta.
“Bene, bene” disse la vecchia soddisfatta. “Prendi pure in braccio il piccolino perché questo è davvero il tuo figliolo.” Quindi uscì dalla porta avviandosi verso la sua dimora.
La giovane mamma, con il volto rigato da lacrimoni di gioia, corse a riabbracciare il suo bambino e, tenendolo sempre stretto a sé, rincorse la vecchia per ringraziarla. Questa però le rivolse un unico ammonimento: “D’ora in poi bada a non andartene in giro vantandoti stoltamente dei tuoi bambini.” Negli anni che seguirono la giovane donna ebbe numerosi altri figlioli, uno più bello dell’altro, ma nessuno la udì mai pronunciare ad alta voce una sola parola di compiacimento sulle sue creature. Aveva imparato la lezione: potrebbe sempre esserci una fata pronta ad ascoltare nei dintorni.

(Fiaba celtica)


13 Marzo, 2018

Il bimbo sostituito e la vecchia saggia (Parte 3)

Qualche tempo dopo, una vecchia che viveva a poca distanza dal villaggio venne a conoscenza delle disavventure di mamma e bambino. La vecchia era nota a tutti per la sua saggezza e si diceva anche per la conoscenza delle arti magiche, tanto che in molti la ritenevano una strega. per accertarsi delle notizie che le erano giunte, la dopna si mise lo scialle sulle spalle, chiuse la porta di casa e si incamminò verso la dimora della povera mamma.
Si presentò, entrò ed esaminò a lungo il piccolino.
“Cara ragazza” sentenziò infine, “non c’è proprio da stupirsi se il bimbo non sta bene. Questo non è tuo figlio. Nella culla c’è un altro bambino: qualcuno lo ha sostituito con il tuo figliolo.” A quelle parole la mamma scoppiò a piangere, nascondendo il viso nel grembiule.
“Sai cosa temo?” aggiunse la vecchia in tono di rimprovero. “Che tu sia andata in giro decantando a tutti la bellezza del tuo bimbo.” “Oh sì, è proprio così!” si disperò la giovane mamma. “E sì che mi avevano messa in guardia.” “Ecco come è andata” spiegò la vecchia. “Le fate hanno sentito le tue lodi e hanno deciso di portarsi via il tuo bel bambino. Così lo hanno rapito mettendo al suo posto il loro brutto marmocchio.” La donna era sempre più sconvolta.
“Quando possono aver fatto la sostituzione?” chiese la vecchia.
La povera mamma smise di piangere per un istante:
“Sulla collina, quando raccoglievo i mirtilli. È rimasto solo per pochi minuti e da allora non è più lo stesso.” Poi ricominciò a piangere quasi quanto il bimbo che urlava nella culla.
“Calmati, ragazza mia e smetti di lamentarti” la rimproverò la vecchia. “Anche le situazioni più gravi hanno qualche via d’uscita. Corri a prendere un bel fascio dell’erba della radura sulla collina e dammi lo scialle sul quale hai adagiato il piccolo. Vedrai, riusciremo presto a rendere l’intruso alle fate e a riavere indietro il tuo bimbo.” La mamma corse d’un fiato su per la collina, raggiunse lo spiazzo erboso e raccolse un bel po’ di erba.

(Continua…)


10 Marzo, 2018

Il bimbo sostituito e la vecchia saggia (Parte 2)

Appena toccò la sua culla, il piccino, che aveva continuato a sbraitare per tutto il tragitto, raddoppiò le urla. Nonostante provasse con tutto il suo amore di mamma la donna non riusciva a calmarlo; l’unico
momento in cui gli strepiti cessarono fu quando gli offrì del cibo. Anche in questa circostanza però il comportamento del bambino si dimostrò alquanto strano: sembrava infatti che non riuscisse mai a saziarsene. La sua bocca era sempre aperta e le cucchiaiate di pappa d’avena non bastavano mai. La sua fame era tale che fece rapidamente sparire tre scodelle di pappa, una gran ciotola di latte e svariate focaccine. E, ancora, non si mostrava soddisfatto. Avrebbe continuato a mangiare se la mamma, sbalordita da come una creatura così piccola fosse riuscita a ingurgitare tanto cibo, non avesse deciso di smettere di assecondarlo.
Ormai era impossibile negarlo: il bimbo era indiscutibilmente cambiato e, come se non bastasse, anche il suo aspetto continuava a mutare. Nel giro di poco tempo, gambe e braccia si fecero magre come stecchi, lo sterno sporgente come quello di un pollo spennato e la testa divenne tanto grande da risultare del tutto sproporzionata al resto del corpo. Inoltre continuava a urlare e a essere perennemente affamato, malgrado fosse nutrito con grandi quantità di cibo. Il suo viso era diventato come quello di un vecchietto: rosso e grinzoso per il gran piangere. La mamma era a dir poco disperata.
Venuti a conoscenza dell’accaduto e di come la donna fosse incapace di risolvere i problemi del bimbo, i paesani andarono a trovarla con l’intenzione di fornirle aiuto. Ma quando videro il piccolo, non poterono far altro che scuotere la testa e andarsene.
Come furono lontani dalla casa e sicuri che la mamma non potesse udirli, si misero a discutere tra loro.
“L’avevamo avvertita” diceva uno.
“Ma certo, è chiaro come il sole” insisteva un altro.
E ancora: “Gliel’avevamo detto che avrebbe finito per pentirsene!” “Già, a furia di vantarsi della bellezza del bambino!
È stato come volersi mettere nei guai da sola.” Tutti annuirono con saccente condiscendenza. Ma nessuno ebbe il coraggio di andare dalla donna e dirle in faccia le conclusioni alle quali erano arrivati.

(Continua…)


9 Marzo, 2018

Il bimbo sostituito e la vecchia saggia (Parte 1)

C’era una volta una giovane mamma che pensava, come spesso accade, che il suo bimbo fosse così bello da non avere rivali nel mondo. Andava ripetendo a tutti questa sua convinzione benché avessero più volte tentato di spiegarle che un simile comportamento poteva essere fonte di grandi sventure.
“Perché non dovrei farlo sapere a tutti?” insisteva la donna. “La verità è che non si è mai visto un bimbo bello come il mio piccino.” “Non sai che cosa potrebbe succedere” borbottavano i compaesani scuotendo il capo. “Stai attenta o te ne pentirai.” Il bimbo, intanto, continuava a crescere in buona salute e sempre più bello, finché uno sfortunato giorno la mamma si avviò sulla collina per raccogliere mirtilli. Fece una bella passeggiata reggendo il bimbo con Un braccio e una cesta con l’altro; poi, giunta in una radura coperta da soffice erba e racchiusa da verdi cespugli, distese lo scialle sul prato e vi adagiò il bambino. Solo così avrebbe potuto raccogliere una grande quantità di mirtilli; con i suoi giochi infatti il bimbo l’avrebbe senz’altro intralciata, per non dire dei mirtilli che probabilmente avrebbe tolto dal cesto alla stessa velocità con cui lei li raccoglieva.
La giovane donna si mise dunque all’opera e, un mirtillo dopo l’altro, senza neppure avvedersene, si spostò sempre più lontano dalla radura in cui aveva lasciato il piccino. Il cesto era ormai colmo quando dalla radura iniziarono a levarsi degli acutissimi strilli.
“Non mi ero accorta di averlo abbandonato così a lungo” pensò, correndo preoccupata verso lo spiazzo erboso.
Sempre sdraiato sullo scialle, il bimbo aveva il viso rosso e grinzoso per il pianto incessante; a nulla valsero baci e dolci parole, il piccolo non faceva che urlare e scalciare. Alla donna non restò che prenderselo in braccio e avviarsi verso casa in tutta fretta.

(Continua…)


8 Marzo, 2018

Preghiera Indiana

Oh Grande Spirito, la cui voce ascolto nel vento, il cui respiro dà vita a tutte le cose.
Ascoltami; io ho bisogno della tua forza e della tua saggezza, lasciami camminare nella bellezza, e fa che i miei occhi sempre guardino il rosso e purpureo tramonto.
Fa’ che le mie mani rispettino la natura in ogni sua forma e che le mie orecchie rapidamente ascoltino la tua voce.
Fa’ che sia saggio e che possa capire le cose che hai pensato per il mio popolo.
Aiutami a rimanere calmo e forte di fronte a tutti quelli che verranno contro di me.
Lasciami imparare le lezioni che hai nascosto in ogni foglia ed in ogni roccia.
Aiutami a trovare azioni e pensieri puri per poter aiutare gli altri.
Aiutami a trovare la compassione senza la opprimente contemplazione di me stesso.
Io cerco la forza, non per essere più grande del mio fratello,
ma per combattere il mio più grande nemico: Me stesso. Fammi sempre essere pronto a venire da te con mani pulite e sguardo alto.
Così quando la vita appassisce, come appassisce il tramonto, il mio spirito possa venire a te senza vergogna.

Tatanka Iyothanka (Toro Seduto)


7 Marzo, 2018

Il saggio (Pandita-Vagga)

76. Se vedi un uomo che ti indica ciò che va evitato, che riprende dai difetti, intelligente, segui questo saggio come se fosse un rivelatore di tesori: per colui che coltiva una simile persona viene il meglio, non il peggio.

77. Ammonisca, impartisca ordini, faccia evitare ciò che è improprio: costui diviene caro ai buoni, ai cattivi discaro.

78. Non si frequentino come amici i cattivi: non si frequenti la génte vile. Si abbia dimestichezza coi buoni amici, si frequentino i migliori fra gli uomini!

79. Chi si disseta con la Buona Legge vive a suo agio, con la mente complètamente calma. Il Saggio sempre gioisce nella Legge resa nota dagli Eletti.

80. L’acqua incanalano i fontanieri, gli armaioli piegano i dardi, piegano il legno i falegnami, piegano se stessi i Saggi.

(Dhamma-Pada – I versetti della legge)


6 Marzo, 2018

Il consiglio di una madre.

Jiun, un maestro di Shingon, era un rinomato studioso di sanscrito dell’era Tokugawa, Da giovane faceva conferenze ai suoi confratelli studenti.
Sua madre lo seppe e gli scrisse una lettera: «Non credo, figlio, che tu sia diventato un seguace del Buddha per il desiderio di trasformarti in un’enciclopedia ambulante per gli altri. Informazione e commento, gloria e onore non hanno mai fine. Vorrei che tu smettessi questa storia delle conferenze. Chiuditi in un piccolo tempio in qualche luogo remoto sulla montagna. Dedica il tuo tempo a meditare e raggiungi così la vera realizzazione di te stesso».


3 Marzo, 2018

Imparare a cavalcare il vento

Il giovane Yin Cheng aveva sentito dire che Liezi aveva penetrato misteri del Dao e che era capace di cavalcare il vento. Desideroso di scoprire il segreto del vecchio maestro, si fece ammettere nell’esiguo numero dei suoi discepoli. Tuttavia, trascorso qualche mese, non aveva ancora ricevuto alcun insegnamento. Il maestro non solo non gli aveva mai rivolto la parola, ma neanche l’aveva degnato di uno sguardo.

Un giorno il discepolo abbordò il saggio sollecitando una parola di verità, un accento che lo estradasse sulla Via. Liezi passò oltre senza rispondere. L’indomani Yin Cheng , con in faccia un’espressione di disappunto, andò a congedarsi. Maestro Lie lo lasciò andar via senza una parola.

Dopo parecchie settimane, il discepolo tornò.

-Che significano tutti questi andini-vieni? chiese Liezi.

-Ce l’avevo con voi. Maestro, perchè in tanti mesi che stavo nella vostra scuola non mi avevate impartito il minimo insegnamento. Ma poi ci ho ripensato: vi chiedo umilmente perdono e vi prego di spiegarmi la vostra condotta.

-Così va meglio, riprese il saggio. Siediti, e stà a sentire come sono stato a mia volta istruito dal mio Maestro. Fu solo in capo a tre anni di totale silenzio, durante i quali le mie labbra non artidorono pronunciare una sola parola, che il Maestro si degnò di rivolgermi un’occhiata. A quel punto cominciai a parlare, stando però bene attento a non esprimere il minimo giudizio sulle cose e sugli esseri. Dopo cinque anni, il Maestro mi rivolse un sorriso. Da quel giorno, persi gradualmente l’abitudine di giudicare con la mente: non sapevo più distinguere il bene dal male, il bello dal brutto, l’affermazione dalla negazione. In capo a sette anni, il Maestro m’invitò infine a sedermi sulla sua stuoia e a porgli una domanda. Mi rispose solo con un gesto. A forza di meditare su quel gesto, divenni incapace di percepire la differenza tra l’interno e l’esterno.

Finalmente, dopo nove anni, il Maestro mi disse una parola. In quell’istante il mio spirito si condensò, mentre il corpo, la carne e le ossa sembravano liquefarsi. E fui travolto da un soffio d’aria come se fossi una foglia caduta dall’albero, o una festuca di paglia.

E Liezi scoppiò in una tonante risata:

-E tu, che non hai passato neanche un anno accanto al tuo Maestro, vorresti già cavalcare il vento? Il tuo corpo è troppo pieno di desideri e il tuo spirito troppo pieno d’impazienza: come faresti a muoverti nel Vuoto?


2 Marzo, 2018

La pratica della meditazione

“Un lama della provincia di Golok, nel Tibet orientale, andò a visitare il grande Jamgön Kongtrül Lodrö Thaye e gli raccontò di essere rimasto in una casetta di ritiro in meditazione per nove o dieci anni. «La mia pratica va abbastanza bene ora e a volte sviluppo una certa chiaroveggenza. Quando mi concentro su qualche cosa, la mia attenzione rimane stabile. Mi sento così calmo e sereno! Mi trovo in un stato completamente privo di pensieri e di concetti, e per lunghi periodi sperimento solo beatitudine, chiarezza e assenza di pensieri. Potrei dire che la mia meditazione ha dato buoni risultati!».
«Che peccato!» commentò Jamgön Kongtrül.

Il praticante se ne andò un po’ abbattuto e tornò il mattino seguente. «Onestamente, Rinpoche, la mia pratica del samadhi è buona. Sono riuscito a livellare tutti gli stati mentali di piacere e di dolore. I tre veleni, l’ira, il desiderio e l’ottusità non hanno più presa su di me. Dopo avere meditato per nove anni, penso di essere a un livello piuttosto buono».
«Che peccato!» ripeté Jamgön Kongtrül.

Il praticante si ritirò nella sua stanza e probabilmente cominciò ad avere qualche dubbio, perché dopo qualche giorno tornò e disse: «Torno al mio ritiro, che cose devo fare?».
Jamgön Rinpoche gli disse: «Non meditare più! Da oggi in poi smetti di meditare. Se vuoi seguire il mio consiglio, torna a casa e va in ritiro per tre anni senza meditare! […]».

Il praticante pensò tra sé: «Che cosa sta dicendo! Che cosa significa? D’altra parte ha fama di essere un grande maestro. Cercherò di fare ciò che dice e vedrò cosa accade». Perciò disse: «Va bene, Rinpoche» e se ne andò. Quando tornò al suo ritiro, ebbe molte difficoltà a non meditare. Ogni volta che lasciava la mente com’è, senza sforzarsi di meditare, si ritrovava a meditare. In seguito disse: «Il primo anno fu molto difficile. Il secondo anno andò un po’ meglio». A quel punto aveva scoperto che meditando aveva semplicemente tenuto occupata la mente e comprese il significato delle parole di Jamgön Kongtrül: «Non meditare».

Il terzo anno raggiunse lo stato autentico della non meditazione e abbandonò completamente ogni sforzo deliberato. Lasciando semplicemente la consapevolezza in una condizione naturale, così com’è, scoprì lo stato perfettamente al di là di fare e del meditare. Nulla di spettacolare si manifestava più nella sua pratica, nemmeno una particolare chiaroveggenza. Anche le esperienze di beatitudine, chiarezza e assenza di pensiero erano svanite e pensò: «Ora la mia pratica della meditazione è andata completamente perduta! Forse è meglio che torni da Rinpoche a chiedere altri consigli!».
Quando si ritrovò alla presenza di Jamgön Kongtrül e gli riferì la sua esperienza, Rinpoche rispose: «Va benissimo! In questi tre anni la tua meditazione ha avuto successo! Benissimo!». Jamgön Kongtrül continuò: «Non meditare avendo in mente deliberatamente qualcosa, ma non distrarti!».
Il praticante disse: «Forse per effetto del mio precedente allenamento allo stato calmo i periodi di distrazione sono abbastanza brevi, non c’è più molta distrazione. Credo di avere scoperto quel che intendevi dire: mi trovo in uno stato non creato dalla meditazione, e che tuttavia dura da sé abbastanza a lungo».
«Va benissimo!» disse Jamgön Kongtrül. «Trascorri il resto della tua vita praticando così»”

Tratto dal libro “Dipinti di arcobaleno” Tulku Urgyen Rinpoche


1 Marzo, 2018

La pratica della consapevolezza

Gli antichi testi Pali paragonano la meditazione all’addomesticare un’elefante selvaggio. A quei tempi, con una corda resistente si legava ad un palo l’animale appena catturato. L’elefante, che si ritrovava legato non era certo contento: barriva e scalciava, e tirava la corda per giorni.

Finalmente gli entrava in testa il fatto che non poteva andarsene, e si calmava. A quel punto potevano cominciare a nutrirlo ed a occuparsi di lui, prendendo qualche misura di sicurezza. Alla fine potevano fare a meno della corda e del palo e riuscivano ad addestrare l’elefante ai vari compiti. Si ritrovavano cosi ad avere un’elefante addomesticato che poteva essere impiegato per un lavoro utile.

In questa analogia l’elefante selvaggio è la vostra mente, selvaggiamente vivace, la corda è la consapevolezza ed il palo è l’oggetto della meditazione, cioè il respiro. L’elefante addomesticato, il risutlato del processo, è una mente ben addestrata e concentrata, che puo essere usata per il lavoro, estremamente arduo, di penetrare strati di confusione che oscurano la realtà. La meditazione addomestica la mente.

Tratto da “La pratica della consapevolezza” di Bhante Henepola Gunaratana.

Marzo ultima modifica: 2018-03-09T19:45:56+00:00 da Webmaster